18 febbraio 2020 ENAMORADA - METTI UNA SERA AL CINEMA - CGS DON BOSCO VERBANIA Cinecircolo Giovanile Socioculturale

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18 febbraio 2020 ENAMORADA

METTI UNA SERA AL CINEMA 31
ENAMORADA
18 febbraio 2020
ENAMORADA (Messico/1946) di Emilio Fernández
 
Sceneggiatura: Emilio Fernández, Íñigo de Martino. Fotografia: Gabriel Figueroa. Montaggio: Gloria Schoemann. Scenografia: Manuel Fontanals. Musica: Eduardo Hernández Moncada. Interpreti: María Félix (Beatriz Peñafiel), Pedro Armendáriz (José Juan Reyes), Fernando Fernández (padre Rafael Sierra), Eduardo Arozamena (il sindaco Joaquin Gómez), Miguel Inclán (capitano Bocanegra), Manuel Dónde (Fidel Bernal), José Morcillo (Carlos Peñafiel). Produzione: Benito Alazraki per Panamerican Films S.A. D.: 99’
 
Restaurato in 4K nel 2018 da UCLA Film & Television Archive e The Film Foundation’s World Cinema Project in collaborazione con Fundacion Televisa AC e Filmoteca de la UNAM e con il sostegno di Material World Charitable Foundation. Un film bellissimo, un classico del cinema messicano e mondiale, un tributo all’amore e alle difficoltà che si devono affrontare per raggiungerlo   (Martin Scorsese)
 
Dimenticate il Messico della Rivoluzione, ricco di avventurieri con la pelle arsa dal sole e madidi di sudore, secondo il torrido immaginario che l’epica cinematografica (spaghetti) western ci ha tramandato, da Sergio Leone a Giulio Petroni passando per Damiano Damiani.  
 
Enamorada, attinge alla gran parte dei generi della sua epoca e, incurante del principio di non contraddizione, riesce a essere ciascuno di essi e nel migliore dei modi. Western per ambientazione, commedia sofisticata per le schermaglie d’amore, melò per la passione ostacolata e dramma per la rievocazione, stilizzata ma non superficiale, delle condizioni di un popolo in guerra.
 
La trama, che ripercorre le tracce della Bisbetica domata di Shakespeare, segue il tormentato corteggiamento della bella, ricca e insopportabile Beatriz messo in atto dal generale zapatista Reyes (Pedro Armendariz) subito dopo la conquista della città di Cholula, ma le ombre della guerra, inesorabili, incombono. E basti, a esemplificare questa magistrale fusione di registri stilistici, il finale dall’andamento ellittico che riesce, aggirando accuratamente civetterie e melensaggini, a riversare lo slancio romantico della narrazione nel pathos dell’epica.  A tutto questo aggiungiamo lo splendido bianco e nero, ricco di sfumature, della fotografia di Gabriel Figueroa che alterna, con maestria, profondità di campo e certi, memorabili primi piani in penombra di Maria Félix (Beatriz). Enamorada è dunque un capolavoro del cinema messicano dell’epoca d’oro, e del cinema mondiale tout court, restituito al pubblico italiano con la benedizione di Martin Scorsese che lo ha presentato lo scorso anno, a Bologna, alla 32ª edizione del festival Il Cinema Ritrovato. E sia infine lode alla Cineteca di Bologna che sèguita a riportare in sala le perle del passato che oltrepassano, indenni, i tempi e le mode.    Gianfrancesco Iacono
 
Enamorada di E. Fernández A proposito del regista, Scorsese cita il celebre aneddoto secondo il quale Fernández, fuggito dal Messico in rivoluzione, si rifugiò a Los Angeles dove si unì ad una compagnia di attori messicani tra cui Dolores Del Rio, sposata con il celebre scenografo Cedric Gibbons, che alla fine degli anni ‘20 ebbe il compito di progettare la statuetta degli Oscar. Scorsese ricorda che a posare come modello per la statuetta fu proprio Emilio “El Indio” Fernández, all’epoca molto attivo come attore e simbolo di beltà latina sia in Messico che ad Hollywood, partecipando a film come Il mucchio selvaggio e Billy the kid.
 
Fernández, che in prima persona aveva partecipato alla rivoluzione messicana (1917) ed era stato in prigionia, ambienta Enamorada in quello stesso frangente storico, producendo una pellicola che diverrà il simbolo dell’epoca d’oro del cinema messicano nel mondo. La trama melodrammatica di Enamorada è illustrata dalla fotografia di Gabriel Figueroa, che predilige immagini pittoresche di panorami con una profondità di fuoco riecheggiante quella dell’incompiuto Qué viva Mexico! di Ejzenstejn. Il film si apre con una carrellata dichiaratamente western che galoppa al ritmo della rivoluzione messicana: bombe e rivoluzionari a cavallo scorrono per introdurci nel contesto della storia. Un contesto che con il western ha in comune anche una certa visione romantica della frontiera (qui la città di Cholula) intesa come ideale di libertà e di speranza di riscatto per i più deboli e poveri. La presentazione dei personaggi avviene in modo più classico: il rivoluzionario è ritratto nei termini dell’eroe che “ruba ai ricchi per dare ai poveri” e che dedica tutta la sua esistenza alla restaurazione del principio di giustizia sociale, dimenticando in questo di pensare a se stesso ed alla possibilità di un amore. Quasi subito l’intreccio però ci fa sapere che José non è mai stato innamorato. La sua figura è caratterizzata dai tratti marcatamente messicani di Armendariz, dal sopracciglio inarcato all’insù e dalla falda del suo sombrero che nei primi piani occupa almeno la metà dello schermo.  Allo stesso modo Beatriz (Maria Félix, lanciata proprio da questa pellicola) appare da subito immortalata da un mezzo primo piano che ne esalta lo sguardo fiero, gli occhi neri sgranati, in contrasto con la veste bianca, e il petto gonfio di rabbioso coraggio. La sua bellezza è in netto contrasto con il carattere da Bisbetica domata, opera alla quale sono palesi i riferimenti del film: Beatriz non incarna un ideale di donna svenevole e sottomessa, ma piuttosto quello a sua volta “rivoluzionario” di donna con la pistola, poco obbediente ai canoni prestabiliti della sua condizione sociale e dallo schiaffo facile.  Queste peculiarità del personaggio e il corto circuito che si innesca negli incontri con José/Armendariz prestano il fianco alla disseminazione nel film di numerose gag di radice screwball comedy, in cui la donna prende a schiaffi, legnate, insulti il suo pretendente, incredibilmente disarmato di fronte all’esplosione del suo amore per lei. Esplosione resa visibile concretamente dalla scena dei fuochi di artificio, che scoppiando lo mandano letteralmente con il sedere per aria e in totale confusione d’amore, anch’essa denunciata dal dettaglio sonoro degli uccellini che cinguettano sulla testa del generale ad ogni suo risveglio da una botta o una caduta dovuta a Beatriz.  La commistione dei generi è un marchio di fabbrica per l’accoppiata Fernández/Figueroa che grazie al successo delle loro pellicole ebbero il merito di rendere visibile nel mondo il cinema messicano. Tuttora Fernández è considerato uno dei massimi esponenti dell’epoca d’oro, ricordato per una filmografia dallo stampo folclorico e indigeno, e vincitore nel 1946 della Palma d’Oro a Cannes con il suo Maria Candelaria (interpretato dalla Del Rio). La fotografia di Figueroa ha invece il grande merito, come scriveva Mereghetti nel suo dizionario “di fissare figure ed elementi decorativi (qui i templi di Cholula dall’ evidente valore metaforico) con una ieraticità ed una nitidezza estetica che trasformano il cinema in fotografia in movimento”.  Ed è proprio il fattore religioso, nel personaggio di Padre Sierrita (Fernando Fernandez) ad intervenire in Enamorada per mediare e ricomporre il corto circuito innescato tra la matrice rivoluzionaria di José/Armendariz e quella proto-femminista, ma allo stesso tempo classista di Beatriz/Felix. Il ritmo mariachi della rivoluzione verrà placato dalle note liturgiche dell’Ave Maria di Schubert, che risuonano sui dettagli sfarzosi della chiesa di Cholula e sui primi piani del sacerdote in un’estasi quasi mistica. Estasi interrotta dalle incursioni di un umano turbamento dovuto alla bellezza irresistibile di Beatriz, o alla sua “erotica” descrizione, come nella celebre scena in cui il rivoluzionario dichiara il suo amore per la donna all’amico sacerdote, descrivendone dettagliatamente la carnale bellezza.  Di questa fiera beltà resta schiavo dunque il prode rivoluzionario, che allo stesso tempo riuscirà a domarla grazie alla sua magnanimità. Il film si chiude con un finale che riecheggia in qualche misura l’epopea del cinema muto, perchè a dirci che la protagonista ha ceduto all’amore non saranno parole nè dichiarazioni esplicite, ma le immagini di Beatriz che fugge dal matrimonio con il suo promesso allo scoppiar delle bombe che minacciano la vita del generale, per raggiungerlo ed affiancarlo nella fuga dalla città. Lui maestoso al galoppo del suo destriero e a marciargli di fianco, a piedi, la sua nuova conquista.   Francesca Divella

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